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IL FUTURO DEL CSI: IL CONTRIBUTO DI LEO LEONE

Comunicato del 15/03/2011

Riceviamo da Leo Leone, e volentieri pubblichiamo, questa riflessione che riprende le provocazioni lenciate da Mario Zocche nel suo “Time-out” di qualche settimana fa. Leo Leone, per chi non lo conoscesse, è stato a lungo consigliere nazionale del CSI, occupandosi soprattutto di formazione, ed è spesso stato relatore ai nostri momenti formativi, sia ai convegni che ai corsi residenziali.

A Proposito della riflessione di Mario Zocche

Attuale e inquietante la riflessione di Mario Zocche  sul rischio di rassegnarsi all’esistente, anche per chi opera nello sport in dimensione di crescita educativa….? Direi proprio di sì.

Dai dati recenti ISTAT sulla pratica sportiva giovanile emergono segnali di allerta per chi, come il CSI, promuove lo sport centrato sulla crescita della persona in senso integrale. Sono stati registrati numeri che documentano il calo del 12% della pratica sportiva da parte della fascia adolescenziale. Parliamo di ragazzi che vanno tra i 9 e i 15 anni.

E’ ormai costume diffuso parlare con tono di denuncia dei giovani, riferendosi al dilagare di forme diversificate di bullismo che imperversano in ogni territorio. Anche in Italia. Così come va sempre più emergendo l’esigenza di spendersi con disponibilità e competenza per orientare i giovani di oggi nella direzione di un’educazione mirata all’acquisizione di uno spirito di gruppo fondato sul rispetto delle regole e sull’assunzione della responsabilità individuale e sociale.

L’emergenza educativa ormai costituisce un riferimento costante di quanti si adoperano per ridare vita e speranza alle nuove generazioni, per restituire loro la voglia di guardare in avanti senza rassegnarsi al quotidiano o deviare ricorrendo al consumo di sostanze ed esperienze che trascinano nell’alienazione. Negli ultimi documenti della Chiesa Italiana il tema dell’emergenza educativa è divenuta un capitolo che investe l’intero documento che traccia le linee da seguire per il prossimo decennio.

Di recente don Luigi Ciotti, che tanto si adopera da anni per ribaltare la palude di malaffare e di “branco” che investe la nostra cultura,  sollecitava un vasto uditorio adulto ad accantonare lo slogan diffuso: “i giovani sono il nostro futuro”, sostituendolo con “i giovani sono il nostro presente”.

In sostanza è l’esperienza di ogni giorno che dà senso alla vita e sollecita a guardare in avanti per consentire a ciascuno di adoperarsi per il domani, senza rassegnarsi al presente o, peggio, ricorrendo a comoda evasione.  Che sono poi le scelte decisamente contestate da Mario Zocche: “chi si contenta gode”.

Concordo e condivido la sua sollecitazione ad adoperarci perché anche il CSI si faccia carico di questo malessere giovanile che intristisce e opacizza il nostro tempo.

Tornare al passato?... Sì, ma non per nostalgia d’altri tempi, ma per rilanciare il patrimonio di esperienze di vita che hanno giovato a molte generazioni e che sono state attentamente poste all’attenzione dell’intera società.

Penso che questo discorso riguardi anche il CSI.

Matrigna televisione enfatizza, giorno dopo giorno, una cronaca nera che investe ogni settore della nostra vita e non lesina la messa in mostra degli episodi di bullismo giovanile. Un’informazione, soprattutto televisiva, che diseduca nel senso che alimenta  la rassegnazione all’esistente.

Ma quando si decideranno i padroni della comunicazione a porre in bella vista anche i ragazzi e i giovani che, ancora oggi, forniscono esempi di vita da porre a modello di riferimento per guardare più in alto? Ci vuol poco, perché anche oggi ci sono tra le nuove generazioni persone e gruppi che operano nel volontariato e nella solidarietà. Come esiste una società adulta che, invia giorno dopo giorno, messaggi di squallore! Quella stessa società adulta che ha ristretto tempi e spazi per servire la causa dell’educazione delle nuove generazioni.

Come CSI evitiamo di autocompiacerci come avviene spesso tra gli amatori che praticano lo sport per il loro esclusivo benessere fisico e di gruppo e forse seguono la piega culturale che ha reso orfani i nostri ragazzi….perché poco si danno cura di loro.

E allora il rischio sollevato da Mario e ripreso dal messaggio dello scrittore francese, Jacques Attali, “chi si accontenta muore”, lo stanno correndo l’intera nostra cultura  e società. A partire dalla famiglia e a finire a gruppi, oratori, associazioni che attraversano una fase diffusa di svuotamento di presenze adolescenziali.

Si può e si deve ripartire da loro.                                                                              Leo Leone